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“Vacchino ritorna a Camagna” da Il Monferrato.it del 23/5

Esiste una traccia non indifferente di Monferrato, più precisamente Camagna, nel DNA del Festival di Sanremo. E a non disperdere questa “genetica”, a non tagliare il prezioso fil rouge tra la grande Cupola di Sant’Eusebio e la capitale della Canzone Italiana, ci pensa da decenni Walter Vacchino, proprietario con la sorella Carla del Teatro Ariston, inaugurato dal padre Aristide nel 1963.

Assente dalla terra natia della nonna Emilia Accatino da quasi un quarto di secolo, Vacchino vi ha fatto ritorno mercoledì, al Ristorante La Rocca di Camagna, tappa della tournée di presentazione del volume, scritto a quattro mani con Luca Ammirati, “Ariston. La scatola magica di Sanremo” (Salani Editore). Curatori e conduttori della partecipata serata, introdotta dal Sindaco Claudio Scagliotti, sono intervenuti Luigi Angelino ed Enrico Deregibus. L’organizzazione era del festival Sut la cupola (leggi Elisa Cipriani).

La biografia della famiglia Vacchino, una storia di coraggio e ambizione, enciclopedia dei ricordi e degli aneddoti che si sono susseguiti sul palcoscenico tricolore per eccellenza, riporta indietro le lancette al 3 maggio 1878, data di nascita di Emilia Accatino alla Cascina Montalone, ai confini con Conzano, e chiude l’arco temporale alle cinque edizioni record del Festival a firma Amadeus: nel 2021, l’acme internazionale di un simile rinascimento, non ancora abbassate le tenebre del COVID, con i vincitori Maneskin ad alzare a Rotterdam la statuetta dell’Eurovision.

Emilia sposa il genovese, di origine piacentina, Carlo Vacchino. Emigrano prima all’ombra della Lanterna e quindi a Sanremo, danno alla luce nel 1907 il figlio Aristide e fondano il Cinematografo Sanremese. Nel 1963 Aristide, ereditata dal padre la passione per la cinepresa ma anche un eccezionale ardore imprenditoriale, regala alla cittadina rivierasca il Teatro Ariston, tempio del divertimento di una comunità che percepisce le fragranze dello show business della non troppo lontana Cannes. Passeranno tuttavia quattordici primavere prima di essere consacrato, nel 1977, a sede del Festival della Canzone Italiana che staziona dal 1951 del Casinò: quattordici anni che videro comunque la nascita del Club Tenco e della Rassegna della Canzone d’Autore per volontà di Amilcare Rambaldi, ex partigiano militante nel CNL e commerciante di fiori.

Aristide Vacchino riesce in tempo, prima di scomparire nel 1980, a vedere le prime edizioni “caserecce del Festival sul palco dell’Ariston: non sarà, invece, testimone del boom avvenuto dagli anni Ottanta. Ne raccolgono l’eredità i figli Walter e Carla.

La “scatola magica”, spazio di creatività e fucina di emozioni, incanta da 47 anni milioni di italiani, fatta eccezione per il tentativo di spostare la kermesse, nella sua 40° edizione 1990, al Mercato dei Fiori, location quasi al confine con Arma di Taggia, lontana dallo struscio del centro e inadatta a mantenere l’atmosfera verace “sanremese” che solo l’Ariston può regalare, e quindi velocemente abbandonata.

Fra le pagine del libro, Vacchino snocciola succosi aneddoti su Duran Duran e Madonna, le superstar più celebri a sbarcare in Riviera: i primi, nascosti strategicamente dentro un’ambulanza di servizio per sfuggire alle 5mila ragazze in delirio per il frontman Simon Le Bon (gli stessi avrebbero comunque devastato il camerino a loro assegnato dalla produzione), la seconda alle prese con i bizzarri capricci da Regina del Pop, fra cui la pretesa di avere in dotazione un modello americano di phon introvabile dalle nostre parti.

Poi, l’immancabile “pagella” degli Uomini e delle Donne del Festival che si sono susseguiti “alla corte” di Vacchino: la simpatia di Claudio Baglioni, inizialmente restio a concedere un bis come conduttore, l’innovatore e “internazionalista” Fabio Fazio (l’ospitata di Mikhail Gorbaciov, ex presidente dell’Unione sovietica, piacque all’Occidente ma fece storcere il naso ai russi), la professionalità spasmodica di Mike Bongiorno fino all’ovvio e inevitabile confronto fra il mattatore Amadeus, dispensatore di armonia nella squadra, e il successore, appena designato, Carlo Conti, in procinto di tornare al timone nel 2025 e nel 2026 a otto anni dalla sua avventura sanremese. E sarà proprio il “Carlo nazionale”, lodato anche lui da Vacchino per la sensibilità nei confronti della produzione, a guidare le imminenti sfide future e a porre un freno alle paventate spinte “centrifughe” (“un Festival fuori Sanremo non si potrebbe più chiamare Festival di Sanremo”) che comunque non escludono in futuro un palco non più montato sotto il “roof” dell’Ariston. Dopotutto il suo “antesignano”, il Casinò, aveva visto brillare le stelle di Mina, Tony Renis e altre pietre miliari del nostro belcanto pop.

Da citare lo scambio di doni tra cui per gli autori la scultura della cupola della parrocchiale (by Nicola Garramone) un disegno di Max Ramezzana (molto apprezzato: Vacchino col bassotto Elsa), krumiri Portinaro e vini. Prima della presentazione Vacchino aveva raggiunto la cascina Montalone (‘che panorama!’) da dove partì la nonna e casa Giambone ricevuto dal presidente dell’Anpi Luigi Baracco

Paolo Giorcelli

https://www.ilmonferrato.it/notizia/qaSpzqNssUCQWP5JV8WHkA/vacchino-ritorna-a-camagna

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